La fotografia è stata una testimone attenta delle trasformazioni urbane, molto prima dei nostri smartphone. A Parigi, tra fine Ottocento e inizio Novecento, Eugène Atget girava con la sua attrezzatura pesante per costruire un archivio di “documenti per artisti”: insegne, cortili, facciate, strade. Non cercava la cartolina, cercava la sostanza della città. Il MoMA ha dedicato ad Atget una grande mostra riprendendo proprio quella definizione che campeggiava sulla porta del suo studio: “Documents pour artistes”. È una lezione ancora attuale: la città si capisce mettendo in fila i suoi dettagli quotidiani.
Qualche decennio dopo, Berenice Abbott farà a New York qualcosa di simile ma su scala metropolitana, con il progetto “Changing New York”, sostenuto dal Federal Art Project del New Deal e pubblicato come libro nel 1939. Non era nostalgia: era la volontà di misurare una città che cresceva in altezza e densità, di costruire un atlante visivo per chi voleva capire il cambiamento. Quelle immagini, oggi conservate in molte collezioni, sono una grammatica di linee, ombre e flussi che ogni fotografo urbano continua, consapevolmente o meno, a usare.
Anche a Milano, Roma, Torino, la fotografia ha il compito di tenere insieme la scala dell’edificio e quella del tessuto. Una passerella di quartiere può essere più “architettonica” di un grattacielo, se raccontata nel momento giusto: quando i pendolari la attraversano, quando la pioggia ne rivela la trama, quando la luce bassa disegna ombre lunghe che fanno emergere la geometria dello spazio pubblico. Per un urbanista o per un real estate developer, queste immagini valgono più di mille metriche perché mostrano il comportamento reale, non solo l’intenzione progettuale.
Leggere la città in fotografia è dunque un esercizio di responsabilità: si sceglie cosa mostrare e cosa lasciare fuori. È qui che si costruisce il racconto di una “qualità urbana” che interessa a professionisti e investitori: se uno spazio pubblico è vissuto, se un portico è attraversato, se una piazza è “abitabile”, lo si vede. E quando lo si vede bene, l’architettura ha fatto il suo mestiere e la fotografia il suo.
fonte: The Museum of Modern Art+1, San Diego Museum of Art, The New York Public Library
